Inquinamento digitale: l’impatto ambientale dell’ICT

Da 20 anni a questa parte, migliaia di aziende in tutto il mondo si pongono l’obiettivo di diventare eco-friendly e dare un contributo all’ambiente. La strategia più comunemente adottata per perseguire questo fine è sostituire tutto ciò che è cartaceo con il suo equivalente digitale. Così, gli e-book hanno rimpiazzato i cari e vecchi libri, le e-mail sono diventate la versione moderna della lettera, tablet e notebook hanno reso quasi inutili strumenti come penne e quaderni.
Senza dubbio cambiamenti di questo tipo hanno apportato un impatto positivo sull’ambiente, ma Internet non si genera dal nulla, e anche l’adozione del digitale ha il suo prezzo.

In questo articolo cercheremo di fare chiarezza sull’impatto della tecnologia sui cambiamenti climatici. Molto spesso si sente parlare di digitalizzazione considerando esclusivamente i risvolti positivi di tale fenomeno.

Anche le problematiche ambientali, d’altro canto, hanno preso piede tra le preoccupazioni del nuovo millennio. Eventi comeFridays For Future ma anche il gran numero di catastrofi naturali che negli ultimi anni stanno sconvolgendo il pianeta, risvegliano le coscienze e muovono la popolazione verso stili di vita più sostenibili.
Gli stili di vita a sostegno della causa climatica sono quasi sempre caratterizzati da metodi di spostamento legati alla mobilità elettrica, preferenze per materiali biodegradabili e sostituzione del cartaceo con formati digitali.
Nell’ultimo anno si sta facendo strada la politica aziendale dello smart-working, non solo per far fronte al periodo di emergenza pandemica che stiamo attraversando ma anche come soluzione per ridurre le emissioni causate dal traffico cittadino.

Si pensa spesso che l’adozione del digitale sia una risposta green ai problemi di natura ambientale. Ma il mondo della tecnologia ha ben poco di green se si pensa all’enorme quantità di CO2 emessa durante l’intero ciclo di vita di un prodotto tecnologico, a cominciare dalla fase di fabbricazione, passando per quella di utilizzo e che termina con il suo smaltimento.

Mai sentito parlare di inquinamento digitale?

Con questo termine si fa riferimento agli effetti nocivi sull’ambiente provocati dalla rete e dai suoi dispositivi.

Calcolando il carbon footprint (l’impronta di carbonio) si scopre la quantità di gas serra prodotti da una particolare attività, servizio o prodotto. Il risultato si ottiene osservando l’intero ciclo di vita del prodotto e trasformando il risultato nel peso equivalente in CO2.
La CO2 (Anidride Carbonica) è il principale gas serra nell’atmosfera. Le attività umane dell’ultima metà del secolo l’hanno resa la causa primaria del riscaldamento globale.

Tutto ciò che fa un computer, tablet o smartphone richiede energia elettrica.  L’elettricità è a sua volta generata prevalentemente da combustibili fossili, i quali producono anidride carbonica.
L’intero settore IT consuma approssimativamente il 7% dell’energia globale. La prima fonte di inquinamento sono i dispositivi stessi: computer, smartphone, tablet, smart tv ecc. Ma è soprattutto il traffico online a causare un consumo eccessivo di CO2, dato il sostanziale aumento del numero di server nel mondo da quando gran parte delle nostre attività quotidiane si sono spostate sul web. 

Nei prossimi paragrafi verrà approfondito il tema dell’inquinamento digitale nella molteplicità dei suoi aspetti: dall’impatto delle attività sul web a quello dato dalla fabbricazione, utilizzo e smaltimento dei dispositivi elettronici.

Questo articolo vuole essere una guida per un utilizzo consapevole della tecnologia. In esso esponiamo dati derivati da ricerche scientifiche, utili a comprendere a pieno la portata dell’inquinamento digitale e consigli pratici che se applicati alla vita di tutti i giorni ti aiuteranno a dare il tuo contributo all’ambiente.

Quanto inquina internet?

L’azienda bergamasca, CDiNha recentemente svolto una ricerca sull’impronta di carbonio delle attività digitali. 
Francesco Di Norcia, Ceo di CDiN afferma che “una persona media, al risveglio, come prima cosa controlla social network e app di messaggistica. Entro le dieci ha già letto o inviato almeno dieci mail. Entro mezzogiorno ha effettuato circa 100-150 ricerche sui motori di ricerca”.

L’azienda ha condotto la sua ricerca comparando l’impronta di carbonio delle attività digitali con quella delle attività quotidiane. Di seguito un’infografica ne illustra le conclusioni.

Infografica comparativa del consumo di CO2 delle attività digitali e quello delle attività quotidiane.
Credits: Isabell Longino

Come si può vedere nell’illustrazione sopra riportata, dai risultati emerge che:

  1. servizi on demand (Netflix, Disney+, Prime Video e simili) sono quelli con un consumo più alto di carbonio: solamente tre ore di programma on demand pesano sull’ambiente come quattro mesi di consumo di acqua (9,6 kg di CO2).
  2. un’ora e mezza di conference call produce 1,2 kg di CO2, l’equivalente di un viaggio di dieci minuti in metropolitana.
  3. Cento e-mail, tra lavoro, newsletter e spam corrispondono a 1 kg di CO2 stessa quantità prodotta dalla cottura di un hamburger.
  4. L’impronta ecologica dei video online è molto più pesante: guardare un video di dieci minuti su YouTube e percorrere un chilometro in scooter hanno lo stesso impatto, entrambe le attività consumano 110g di CO2.
  5. Cento ricerche su un browser consumano 30 g di CO2 stesso impatto che si ha stirando una camicia.
  6. I social, hanno un basso impatto: mille ore su un social network producono solamente 20 g di CO2, l’equivalente di prepararsi un caffè.
  7. Sia 30 minuti di musica in streaming che 2 minuti di tv accesa producono 4g di CO2.
  8. Visitare quattro siti web equivale a consumare 3g di CO2, tanto quanto percorrere un metro in automobile.

Sommando questi dati, otteniamo 13 kg di CO2, che è la stima dell’impronta di carbonio giornaliera emessa in media da ogni cittadino con le sue attività digitali. La quantità ottenuta è il corrispettivo delle emissioni di gas serra causate percorrendo 50 km in automobile.

Dati così impressionanti posso diventare comprensibili se pensiamo che ogni volta che leggiamo una email o controlliamo i social, avviene uno scambio di dati con un data center da qualche parte del mondo. I server macinano energia, producendo calore. Calore che richiede raffreddamento, che a sua volta richiede energia.

Il Water Footprint dei servizi digitali

Oltre al carbon footprint, esistono altri parametri per stimare l’impatto di un prodotto tecnologico. Uno di questi è il Water Footprint, indicatore dell’impronta idrica, che fornisce la quantità di acqua utilizzata, inquinata ed evaporata per tenere in vita i data center.

I ricercatori dell’Imperial College di Londra hanno pubblicato uno studio che vede coinvolto l’utilizzo del water footprint per stimare l’impatto ambientale dei contenuti di digitali. Dalla ricerca emerge che: una diretta sui social coinvolge 20 litri d’acqua, un film in streaming 400l e il semplice download di 1GB costa fino a 200 litri d’acqua (pari circa al water footprint necessario a consegnare 1kg di pomodori).

In un intervista alla BBCBora Risticuno dei ricercatori coinvolti nello studio, afferma che “C’è un sacco di incertezza e variabilità intorno ai diversi processi che utilizzano acqua nei data center, ma la loro impronta idrica può essere alta fino a 200 litri per gigabyte di dati in uscita”.

Da un anno a questa parte, molte aziende come FacebookMiscrosoftApple e Google hanno acquisito consapevolezza dell’impatto causato dai loro prodotti e hanno apportato dei sostanziali miglioramenti alla loro impronta idrica.
Facebook, in particolare, per ridurre i consumi, nel 2013 ha deciso di spostare il suo data center a nord della Svezia, vicino al Circolo Polare Artico, luogo predisposto naturalmente al raffreddamento.

L’impatto dei video online

Secondo le previsioni pubblicate nell’Online Video Forecasts 2019 di Zenith, uno dei primi network media al mondo, nel 2021 le persone spenderanno in media 100 minuti al giorno guardando video online, 16 minuti in più rispetto agli 84 del 2019.
La multinazionale IT Cisco stima che entro il 2022 circa il 60% della popolazione mondiale sarà online, e oltre l’80% di tutto il traffico internet sarà occupato dai video.

La quantità di tempo dedicato alla visualizzazione di video online sta crescendo rapidamente in tutto il mondo proporzionalmente al miglioramento delle dimensioni degli schermi e della qualità dei dispositivi mobile, all’aumentare della velocità delle connessioni dati e alla diffusione delle televisioni digitali.
In un’intervista, Jonathan Barnard, Head of Forecasting di Zenith, ha dichiarato che “Il rapido ampliamento di pubblico sta aumentando la domanda degli inserzionisti, rendendo così il video online il canale digitale con la crescita più veloce degli investimenti pubblicitari“.

La sobrietà digitale per limitare le emissioni

Alla domanda “Come limitare le emissioni di CO2 legate alle nuove tecnologie?”, il think thank francese The Shift Project risponde pubblicando, il rapporto “Lean ICT – Towards Digital Sobriety” (2018) , che ha l’obiettivo di trovare un punto d’incontro tra la transizione digitale e l’emergenza climatica.

Nel documento viene coniata un’espressione del tutto nuova: sobrietà digitale. Per sobrietà digitale si intendono tutti quei comportamenti che derivano dalla consapevolezza (sia degli utenti che dei fornitori di video) dell’impatto provocato da contenuti digitali sui cambiamenti climatici.

Adottare un comportamento “digitalmente sobrio”, secondo gli scienziati, significherebbe mettere in discussione le modalità di fruizione della tecnologia a cui siamo abituati.

Il team, si focalizza in particolare sui video online, a cui dedicano il nuovo rapporto: “Crisi climatica: l’uso insostenibile di video online – Un caso pratico per la sobrietà digitale” (2019) . Il report pone in evidenza l’impatto negativo causato dal trasferimento di video online ad alta intensità di dati. Secondo lo studio, il trasferimento globale di dati è responsabile di quasi il 4% di tutte le emissioni di CO2. Una percentuale che potrebbe raddoppiare nel 2025. Questo dato supera di gran lunga la quota di emissioni globali di CO2 emessa dall’industria aerospaziale, che si aggira attorno al 2,5 %.

Nel 2018, il 60% del totale dei flussi di dati mondiali proveniva dal traffico di video online, causando ogni anno l’emissione di più di 300 milioni di tonnellate di CO2 nell’atmosfera, pari a quasi l’1% delle emissioni globali. Le emissioni di gas serra provenienti dai video online costituiscono il 20% delle emissioni di tutti i dispositivi digitali.

Nella totalità dei contenuti audiovisivi che popolano il web, gli studiosi hanno individuato 4 tipologie di video che, a causa dell’alta fruizione da parte degli utenti, hanno il peggior impatto sul clima.

In cima alla classifica troviamo i video on demand (Netflix, Amazon Prime, ecc.) che costituiscono il 34% del totale dei flussi video. Al secondo posto, i video pornografici (Pornhub, YouPorn, XVideo, ecc.) occupano il 27% del traffico video totale, seguiti dai video tube (YouTube, Daily Motion, Youku Tudou, ecc.) con il 21%. Infine, i ricercatori collocano i video presenti sulle piattaforme di social network e altri (Facebook, Instagram, Tik Tok, Snapchat, Twitter, ecc.)  che contribuiscono per il 18%. Dalla categoria “video online” del rapporto è escluso lo streaming video in diretta come le piattaforme di meeting online come Skype, o la telemedicina, che rappresentano un altro 20% dei flussi di dati globali.

Per stilare questa classifica, gli studiosi hanno utilizzato i rapporti risalenti al 2018 delle società Cisco e Sandvine per elaborare il traffico Internet video globale. Hanno quindi stimato la quantità di elettricità utilizzata per trasportare questi dati video e visualizzarli su diversi dispositivi come i telefoni e le TV. Infine, le emissioni complessive sono state ottenute utilizzando i dati medi globali per le emissioni di CO2 prodotte dall’elettricità.

Dai risultati emerge che un terzo dei video online è rappresentato dai servizi on demand, mentre un altro terzo dai video pornografici.

Lo studio condotto, mette in evidenza la responsabilità ambientale delle piattaforme di streaming on demand come Netflix, Amazon Prime e Now TV. Il loro impatto è talmente alto che 10 ore di film ad alta definizione consumano più CO2 dell’insieme di tutti gli articoli in inglese di Wikipedia. I video pornografici, invece, generano una quantità di CO2 all’anno pari a quella emessa da paesi come il Belgio, Bangladesh e Nigeria.

Soluzioni per una digital sobriety

Con lo scopo di rendere gli utenti consapevoli dell’impatto sul clima di internet e in particolare dei video online, The Shift Project fornisce alcuni strumenti e suggerimenti che permettono a chiunque di comprendere gli effetti di internet sull’ambiente:

  • Questo video fa male al clima” è un video educativo pubblicato da The Shift Project su Youtube che spiega in termini semplici gli effetti della tecnologia sui cambiamenti climatici e allo stesso tempo informa sulla dannosità del video stesso.
  • Carbonalyser un’estensione gratuita del browser Mozzilla Firefox in grado di misurare le emissioni di CO2 causate dall’attività di internet. I fattori che l’applicazione prende in considerazione sono: la quantità di dati che viaggiano dal browser internet, il consumo di elettricità del traffico rilevato e le emissioni di gas serra che tale consumo di elettricità comporta.
  • Dato che le modalità di fruizione delle tecnologie digitali sono in gran parte il prodotto di un sistema e non l’unico risultato del comportamento del singolo consumatore, The Shift Project propone anche alcune misure che i governi possono adottare per ridurne l’impatto, per esempio, applicare un’apposita legge che riduca la risoluzione standard dei video, e proibire l’autoplay, la riproduzione automatica dei filmati che invoglierebbe l’utente a permanere a lungo sulla piattaforma.
  • Infine, il team fornisce una guida esplicativa per ridurre le dimensioni dei video pur mantenendo una buona qualità.

Maxime Efoui, uno dei 12 membri di The Shift Project sostiene che per limitare i cambiamenti climatici dobbiamo ridurre il consumo di energia e passare a fonti rinnovabili:

“La produzione di nuove infrastrutture energetiche genera emissioni, anche se l’elettricità prodotta alla fine è rinnovabile”.

Al pari degli strumenti forniti dalla ONG francese, anche Greenpeace contribuisce alla digital sobriety, stilando una classifica delle applicazioni più gettonate ordinate in base al loro impatto ambientale. La classifica è inserita nel rapporto click&clean del 2017 che registra l’impatto ambientale delle maggiori compagnie online.
La classifica divide le applicazioni in 3 categorie: video, musica e messaggistica. Netflix è una delle piattaforme video più inquinanti, secondo Greenpeace, con il 17% di energia pulita contro il 56% di Youtube, che invece è una delle applicazioni con un’impronta ecologica più bassa.

Come ridurre l’impatto ambientale dovuto alle attività digitali?

La sostenibilità ambientale è un tema che sta a cuore a molte aziende del settore IT che, come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, negli ultimi anni hanno adottato strategie aziendali innovative per ridurre la loro impronta ecologica. Ma anche i consumatori, con le loro azioni quotidiane, sono responsabili dei cambiamenti climatici. Dalle stime riportate nei capitoli precedenti emerge che anche attività apparentemente innocue come la navigazione online contribuiscono quotidianamente a far crescere il nostro impatto ambientale. Ma con dei piccoli accorgimenti, possiamo anche noi adottare delle strategie che ci permettono di ridurre, per quanto possibile, le emissioni di CO2.
Di seguito viene riportata un’infografica che illustra 6 abitudini che possiamo mettere in atto per ridurre l’impatto ambientale delle nostre attività online pur rimanendo connessi.

6 abitudini per ridurre l’impatto ambientale online
Credits: Isabell Longino

L’impatto dei dispositivi elettronici

Non solo internet e le attività online hanno conseguenze negative sull’ambiente, ma anche gli stessi dispositivi elettronici giocano un ruolo importante nell’impatto ambientale del settore ICT. I computer, i desktop, i server, i router e tutti i device dell’ambito della telecomunicazione contribuiscono al surriscaldamento globale, all’inquinamento e al depauperamento delle risorse limitate, ad esempio alcuni minerali.

Quali sono i fattori coinvolti nell’impatto ambientale dei dispositivi elettronici?

  1. L’estrazione delle materie prime come minerali rariacquacombustibili fossili e materiali tossici coinvolti nel processo di costruzione di un dispositivo.
  2. L’enorme consumo di energia elettrica che comporta la fabbricazione dei componenti del device.
  3. Lo smaltimento degli imballaggi con cui vengono incartati i dispositivi prima di essere trasportati.
  4. La quantità di energia elettrica coinvolta nel funzionamento del device.
  5. Lo smaltimento del prodotto al termine del suo ciclo di vita.

Dunque, l’impatto ambientale è un fenomeno che coinvolge l’intero ciclo di vita del prodotto (Life Cycle Assessment), dalla sua nascita al suo smaltimento.

Gli smartphone

Secondo una ricerca condotta alla McMaster University di Hamilton, Canada, pubblicata nel 2018 sul Journal of Cleaner Production, nel 2040 il carbon footprint del settore IT si aggirerà attorno ai 14 punti percentuali, andando ad equiparare il settore dei trasporti. Secondo la ricerca, gli smartphone sono tra tutti i dispositivi quelli che hanno un’impronta ambientale maggiore, perché la loro produzione cresce di anno in anno e nella maggior parte dei casi non vengono smaltiti nel modo corretto. I ricercatori canadesi stimano che la produzione di uno smartphone richiede il medesimo consumo di energia di dieci anni di utilizzo. La produzione di smartphone è responsabile del 90% delle emissioni di CO2 e dai dati emerge che soltanto l’1% di essi viene riciclato.
Per far fronte a questo problema, i produttori di smartphone dovrebbero impegnarsi a ridurre l’impatto del proprio processo produttivo e distributivo. D’altra parte, anche noi consumatori possiamo dare un contributo tenendo lo stesso smartphone per non meno tre anni e smaltendoli correttamente gettandoli nell’apposito contenitore RAEE.

Fairphone, lo smartphone ecologico

Fairphone, l’azienda olandese con sede ad Amsterdam, nel gennaio 2013 ha dato vita ad una soluzione innovativa per far fronte al problema dell’impronta ambientale degli smartphone. Si tratta di uno smartphone ecologico, la cui produzione si fonda su 4 obiettivi fondamentali: design di lunga durata, riuso e riciclo, materiali fair e buone condizioni lavorative.

Fairphone 3
Credits: Fairphone

Lo smartphone è stato progettato per durare nel tempo: i produttori si sono impegnati nel realizzare telefoni facilmente riparabili. Il dispositivo, infatti, è fatto in modo che qualsiasi utente possa smontarlo e aggiustarlo seguendo le indicazioni del servizio di assistenza sempre a disposizione e acquistando i pezzi di ricambio da uno store online. 

L’impresa ha a cuore il tema del riciclo. Un recente sondaggio rivela che solo nel Regno Unito vi sono 76,8 milioni di telefoni inutilizzati. Quasi ognuno di noi ha in casa cassetti stracolmi di cellulari di vecchia data, funzionanti e non. Le persone tendono a conservare i vecchi telefoni, a volte per motivi sentimentali, problemi di sicurezza dei dati o scarsa informazione sulle modalità di smaltimento. Per favorire il riciclo dei vecchi cellulari, l’azienda ha dato il via a un programma per riciclare i dispositivi vecchi, sia online che in loco nei paesi sottosviluppati dove non esiste ancora alcuna infrastruttura formale di ritiro.

Fairphone oltre a essere ecologico è anche etico. Nel processo di produzione vengono utilizzati materiali provenienti da zone non interessate da conflitti e grazie al supporto di associazioni che lavorano sul territorio, l’azienda si impegna ad assicurarsi che le condizioni lavorative siano rispettate. 

Lo smaltimento i dispositivi elettronici

Non solo gli smartphone, ma anche gli altri dispositivi elettronici, arrivati alla fine del loro ciclo di vita vengono spesso conservati in casa o gettati con noncuranza nei bidoni dell’immondizia assieme alle confezioni e gli imballaggi che scartiamo quotidianamente.

La cultura della raccolta differenziata, seppur lentamente, si sta facendo strada tra le abitudini degli italiani, sempre più consapevoli dell’impatto ecologico delle loro azioni e dei benefici ambientali che apporta un corretto smaltimento dei rifiuti. Ma questa particolare sensibilità verso il riciclo di oggetti di utilizzo quotidiano come scatole, confezioni e imballaggi di plastica, vetro e carta, viene a mancare per i rifiuti elettronici, nonostante essi siano di anno in anno sempre più diffusi.

Parliamo di RAEE

E-waste è un termine informale che indica i prodotti elettronici al termine del loro ciclo di vita. Gli E-waste in Europa hanno un tasso di crescita dal 3% al 5% l’anno, 3 volte maggiore dei rifiuti generici. L’acronimo formale per riferirsi agli e-waste è WEEE (Waste Electrical and Electronic Equipment), in italiano RAEE che sta per Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche.
La sigla fa riferimento a quei particolari rifiuti che comprendono qualsiasi apparecchiatura che per un corretto funzionamento dipendono dall’energia elettrica. Dal momento in cui tali apparati diventano inutilizzabili, guasti o per qualsiasi ragione destinati all’abbandono, si trasformano in rifiuti AEE, o più comunemente RAEE. 

Le nostre case sono colme di apparati elettronici: televisori, monitor, pc, stampanti, lampadine, frigoriferi ecc..
Secondo il Green economy report (Ger), rapporto che raccoglie i dati relativi all’impatto dello smaltimento dei rifiuti elettronici sull’ambiente, in Italia vengono prodotti 800.000 tonnellate di rifiuti elettronici all’anno.

Il riciclo è quindi indispensabile per la tutela dell’ambiente in quanto riduce il consumo di materie prime, l’utilizzo di energia e l’emissione di gas serra associati.

Il corretto smaltimento di questi dispositivi è importante poiché dal momento in cui sono prodotti con sostanze inquinanti, richiedono un trattamento specifico in appositi impianti autorizzati per essere eliminati. In tal modo, il prodotto viene trattato e smontato fino a ottenere le materie prime che lo componevano, destinate a essere riutilizzate in un nuovo ciclo di produzione.  Se smaltiti correttamente, i RAEE permettono di recuperare e reimpiegare almeno il 90% dei materiali di cui sono composti.

Come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, i rifiuti AEE possono contenere materiali come metalli pesanti, e sostanze lesive per l’ozono. Se non riciclati in modo adeguato, quindi, la dispersione delle sostanze nocive che li costituiscono rappresenterebbe un enorme rischio per l’ambiente e per la salute umana. 

Per rendere i consumatori consapevoli dell’impatto ambientale dei RAEE il sito raccoltaraee.it attraverso una grafica interattiva e intuitiva illustra la composizione chimica degli apparecchi elettronici più in uso nella quotidianità.
Così scopriamo che da un solo frigorifero possiamo recuperare:

  • 25 kg di ferro, pari a due cerchioni per automobili
  • 1 kg di alluminio, l’equivalente di 81 lattine
  • 1 kg di rame, stessa quantità presente in 225 monetine da 5 centesimi
  • 6 kg di plastiche, pari a ben 122 bottiglie.

Il corretto smaltimento di un frigorifero permette di evitare l’immissione in atmosfera di 975,2 kg di CO2, con un risparmio di 77 kWh rispetto all’energia necessaria per estrarre le stesse quantità di materie prime “vergini”.

Ho un RAEE, cosa faccio?

Adesso che abbiamo scoperto cos’è un RAEE e l’importanza di smaltirlo in modo corretto, di seguito vengono illustrate le modalità con cui disfarsene rispettando l’ambiente.

Negli ultimi anni, il sistema di raccolta RAEE è diventato più efficiente con misure, esposte di seguito, che rendono agevole al consumatore le pratiche di smaltimento del prodotto.

I negozi che hanno una superficie di minimo 400mq sono provvisti di un sistema, detto 1 contro 1, che permette al cliente che acquista un nuovo prodotto elettronico di poter restituire gratuitamente quello vecchio di cui vuole disfarsi. Qualora l’utente non volesse sostituire il vecchio dispositivo, è possibile, attraverso uno scambio 1 contro 0, poter depositare il proprio RAEE senza comprare nulla. Quest’ultimo meccanismo è valido però, solo nel caso in cui l’apparecchiatura non superi una dimensione di 25 cm.

In alternativa, è possibile depositare il proprio rifiuto elettronico in un centro di raccolta comunale. I centri, più comunemente conosciuti come isole ecologiche, sono aperti a qualsiasi cittadino e lo smaltimento del prodotto non ha costi. In tali aree, un apposito personale si occupa di assistere il cliente e indicargli il giusto contenitore. In tutta Italia sono presenti oltre 4.000 centri di raccolta dei rifiuti RAEE.
Su questa piattaforma puoi trovare facilmente l’isola ecologica più vicina a te.

Se il tuo RAEE è ingombrante puoi richiedere il ritiro a domicilio, gratuito in molte città italiane.

Se non vuoi o sei impossibilitato a recarti in un centro di raccolta comunale, puoi programmare il ritiro a domicilio del tuo prodotto, grande o piccolo che sia, direttamente dall’app per mobile MyRDR.

I cassonetti RAEE

I RAEE non sono tutti uguali: in base alle loro caratteristiche, i RAEE si dividono in diverse categorie, a cui corrispondono, nei centri di raccolta, contenitori specifici.

 I RAEE possono essere:

  • RAEE domestici, generati dai nuclei famigliari;
  • RAEE professionali, prodotti dalle aziende e dalle attività amministrative ed economiche.

RAEE domestici sono raccolti in 5 raggruppamenti, illustrati di seguito, che corrispondono ai contenitori in cui gettarli quando ci si reca in un centro di raccolta comunale (R1, R2, R3, R4, R5).

Suddivisione dei RAEE nelle 5 tipologie.
Credits: Isabell Longino by Canva
  • R1apparecchi refrigeranti come frigoriferi e climatizzatori.
  • R2: grandi Bianchi come lavatrici, asciugatrici e lavastoviglie.
  • R3: rifiuti elettronici quali tv e monitor.
  • R4: piccoli elettrodomestici come impianti audio, smartphone, lettori multimediali, tablet.
  • R5: lampadine e sorgenti luminose.

Un modo semplice per riconoscere un prodotto AEE è individuare il simbolo del cassonetto barrato presente sul dispositivo. Sui prodotti più vecchi del 2005 (anno in cui non era ancora in vigore l’obbligo di marcatura del prodotto elettronico sulla confezione) il simbolo non è presente, quindi bisognerà fare affidamento alle proprie conoscenze.

E dopo lo smaltimento?

Dai centri di raccolta, i RAEE vengono trasportati in impianti di trattamento. Qui, i dispositivi vengono smontati e i materiali con cui sono stati creati vengono separati da appositi macchinari e trasformati in risorse da riutilizzare per la fabbricazione di un nuovo prodotto.

Alcuni consigli per migliorare la tua impronta ecologica

Nella seguente illustrazione abbiamo voluto riportare 4 regole green che il sito raccoltarae.it consiglia di applicare quotidianamente.

4 consigli per utilizzare i dispositivi elettronici rispettando l’ambiente
Credits: Isabell Longino
  1. Sbrina il frigorifero regolarmente e pulisci il condensatore per diminuire la dispersione di calore. È consigliato acquistare un frigorifero ad alta efficienza energetica classe A+A++ o A+++.
  2. Fai la raccolta differenziata e smaltisci il tuo RAEE negli appositi cassonetti: questo consiglio è meno scontato di quanto sembri. Ancora oggi, nonostante stiamo vivendo un’epoca in cui gran parte di ciò che ci circonda è digitale, c’è troppa poca informazione sulle modalità di smaltimento dei rifiuti elettronici e sugli effetti che la tecnologia ha sui cambiamenti climatici.
  3. Utilizza le lampadine a risparmio energetico: consumano meno e durano fino a 100.000 ore.
  4. Spegni il dispositivo quando non lo utilizzi: la modalità stand-by consuma e inquina.

Speranze per un futuro più consapevole

In questo articolo abbiamo visto come la tecnologia abbia una responsabilità enorme sul nostro ecosistema, al pari delle altre attività umane che più frequentemente vengono associate ai cambiamenti climatici,. Dalla costruzione dei dispositivi elettronici, al loro utilizzo, fino al loro smaltimento il settore ICT è uno dei settori più inquinanti del pianeta.

Allora, c’è da chiedersi: perché se ne parla così poco spesso?

Sebbene la responsabilità dei danni ambientali sia attribuibile alle attività dei consumatori, questi ultimi sono da considerarsi mere vittime che inconsapevolmente stanno distruggendo il mondo in cui vivono con il loro stesso comportamento. Basti immaginare quanti articoli, post e stories vengono pubblicati ogni giorno sul web e sui social. L’“inquinamento di informazioni” che sta attraversando questa generazione forse non esisterebbe se gli utenti fossero più informati circa i rischi ambientali che derivano dalle loro attività.  Le iniziative volte ad una sobrietà digitale proposte dal team di The Shift Project quindi, sono utili in questo senso. L’inquinamento digitale si può sconfiggere puntando in primo luogo sulla consapevolezza e l’informazione degli utenti.

Fonti